Batteri energetici per i giorni senza sole

Gli scienziati creano dei batteri mutanti che possono ottenere energia dal sole nei giorni nuvolosi

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Nei laboratori della University of British Columbia, sono stati creati dei batteri che potrebbero dare una risposta a una delle più stringenti domande sull'aleatorietà della fonte solare come fornitore energetico poiché essi convertono la luce in energia.

La cella solare che è stata costruita usando questi batteri ha generato una corrente più forte di qualsiasi altra registrata in precedenza da un dispositivo del genere e ha funzionato in modo efficiente non solo in condizioni di luce intensa ma anche in condizioni di scarsa illuminazione.

Come sappiamo, la tecnologia fotovoltaica funziona bene nei paesi molto soleggiati e molto meno in quelli meno esposti: beh, questa innovazione potrebbe trasformare per sempre questo assunto.

Con un ulteriore sviluppo, infatti, queste celle solari – chiamate «biogeniche» perché sono fatte di organismi viventi – potrebbero diventare efficienti come le cellule sintetiche utilizzate nei pannelli solari convenzionali.
Prima di arrivare a inserire i batteri nelle celle solari, si era proceduto a estrarre dai batteri il pigmento che li rendeva capaci di fotosintesi ma quello si era rivelato un processo costoso e complesso che coinvolgeva solventi tossici e poteva causare la degradazione del pigmento.

Questa nuova soluzione, invece, ovvero quella di lasciare il pigmento nei batteri, ha portato alla modificazione genetica dell'E. Coli per produrre grandi quantità di licopene, un colorante che conferisce ai pomodori il loro colore rosso-arancio ed è particolarmente efficace nel raccogliere la luce per la conversione in energia. I ricercatori hanno ricoperto i batteri con un minerale che potrebbe agire da semiconduttore e hanno applicato la miscela su una superficie di vetro.

Inoltre, ci sono molte altre potenziali applicazioni per questi materiali biogenici: nelle miniere, nelle esplorazioni delle acque profonde e in altri ambienti a bassa luminosità.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista «Small».